IL FIUME PLATANI

Luoghi e paesaggi del fiume Platani

Il fiume Platani, originatosi sulle ultime propaggini dei Monti Sicani, cinge le pendici di Monte Cammarata, attraversa differenti paesaggi e dopo, un viaggio di 103 chilometri, sfocia nel Canale di Sicilia presso Eraclea Minoa. I greci lo chiamarono Halycos, per i suoi tratti di acqua salata, i romani Lycus, poi gli arabi Iblâtanu, dalla cui corruzione sembra derivare l’attuale nome, anche se l’etimo rimanda ad altre parole greche – platànion, (l’albero del platano) e platamòn (che vuol dire greto, spiaggia bassa o peschiera) – che potrebbero alludere ad alcuni caratteri del fiume.

Prima ancora di legarsi alla storia di Sicilia il Platani appartiene al mito e alle leggende dei Sicani, del re Kocalos, di Dedalo e di Minosse costituendo una strada naturale che dal mare conduceva nel cuore della Sicilia che, tra l’altro, lungo il suo corso racchiudeva importanti ricchezze (il sale e lo zolfo, le aree boschive, i suoli fertili) che attrassero sin dall’antichità sia le popolazioni indigene che le genti arrivate da lontano.

Il fiume Platani è metafora del paesaggio siciliano, dato che esprime l’idea di pluralità territoriale che contraddistingue tanti paesaggi della Sicilia, contraddistinti dalla complessa variabilità morfologica, da una ricca campionatura di caratteri naturali, oltre che di una stratificata presenza dell’uomo; rappresenta inoltre un territorio nel quale, ad uno sguardo attento, si rivelano orme e tracce che vanno dalla preistoria all’età delle popolazioni indigene, sino alla presenza fenicia e greca, romana e bizantina, araba e normanna, per arrivare poi alla storia relativamente recente. Così ogni altura che si rapporta con il fiume, ogni ansa o sponda è uno spazio con una specifica identità e in cui si annida una storia. Poi tutte le storie il fiume le raduna in un’unica narrazione, facendo scoprire continuità inattese, consentendo di leggere il romanzo del territorio.

Il fiume ha sempre conosciuto una presenza umana che da esso ha saputo trarre lavoro e ricchezza, insediandovisi con l’antica sapienza del dialogo con la Terra e con il Tempo. L’uomo vi ha contribuito a costruire un paesaggio contrassegnato da architetture radicate alla terra, come le sequenze dei mulini ad acqua per macinare il grano e il sale; le pescarie per catturare le anguille; le fascellerie per lavorare la vegetazione ripariale; le miniere di salgemma e di zolfo; le fastuchere a servizio della coltura dei pistacchi; i casali, i bagli, le masserie; e poi i borghi necessari al territorio agrario, in cui talvolta si sono prolungate funzioni più antiche (, stazioni di sosta, monasteri, ville rurali decadute). Nello stesso tempo il paesaggio si è formato per quanto la terra coltivata ha prodotto con generosità: dalle coltivazioni innumerevoli, alle estese colture cerealicole, ai vigneti e agli uliveti secolari.

Lungo il Platani si susseguono oggi segmenti in cui il fiume è stato mortificato a tratti in cui predominano i paesaggi coltivati ad orti e frutteti; permangono anche gli ambiti di grande naturalità e intatta bellezza che appaiono come luoghi inaspettati che si lasciano scoprire come spazi incantati in grado di restituire l’idea dei paesaggi primordiali Il fiume è quindi un paesaggio da riscoprire ma anche, come un essere senza indifeso, da tutelare: per ridare spazio alla natura, per rappacificare l’uomo con l’ambiente, avendo cura dell’acqua, della terra e dell’uomo stesso che vi abita.

Antonino Margagliotta